RECENSIONI

 

Attilio Bolzoni

La Repubblica

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Cosa Nostra SpA


Nuovo libro di Sebastiano Ardita dove tutto è messo in gioco e si rimescola nelle duecento pagine che finiscono nel vortice di un oggi sempre più confuso e indecifrabile: «Discutere in modo superficiale di mafia e antimafia, come se fossero immutabili, ha rappresentato un comodo riparo per impostori. Discuterne laicamente è un'operazione un po' eretica, ma alla quale non possiamo sottrarci»

di ATTILIO BOLZONI

Sono tanti i libri che raccontano le mafie ma ce ne sono alcuni più rilevanti di altri perché sono quelli che ci aiutano a capire, fanno riflettere, ci indicano tracce da seguire. Poi ci sono libri - anche significativi - che ci spiegano molto sul nostro passato criminale e ci sono al contrario libri che azzardano previsioni sul futuro. In queste pagine di "Cosa Nostra S.p.A." ho trovato un filo, anzi una trama, che attraversa il prima e il dopo, il sotto e il sopra, che lega la faccia sconcia al volto rassicurante, la borgata al salotto, il profumo al sangue, lo Stato alla mafia o - se lo trovate meno indecoroso - la mafia allo Stato.
Il punto di partenza è Catania, città sempre snobbata (mafiosamente parlando) da noi siciliani cresciuti dall'altra parte - Palermo, Trapani, Caltanissetta ed Agrigento, l'isola ad Occidente -, e così poco considerata che per lungo tempo ha goduto dei favori del silenzio e con i favori del silenzio è diventata un "modello" vincente in Sicilia e fuori dalla Sicilia. Per farla breve: nella mafiosissima e superba Palermo si scannavano e nell'astuta Catania intanto facevano affari d'oro. Il punto di partenza in verità è anche "Catania bene", libro del 2015, scritto dallo stesso autore, Sebastiano Ardita, magistrato, procuratore aggiunto a Catania e a Messina, un'intensa esperienza alla direzione del Dap (il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) e attualmente componente togato del Consiglio Superiore della Magistratura.
Da Catania a "Catania bene" c'è un solo percorso, direi naturale, che ci porta a questo testo che è tante cose insieme: è saggio, racconto, è diario. Tutto si mischia in "Cosa Nostra S.p.A.", memoria e analisi che si intrecciano con i dubbi sulla vera o presunta vittoria dello Stato contro la mafia dopo le stragi del 1992. Scrive Ardita nella sua prefazione: «Se la mafia militare ha perso, non sono perdenti i metodi insidiosi della mafia nascosta».
Tutto è messo in gioco e si rimescola nelle duecento pagine che si aprono dai ruggenti Anni '80 e finiscono nel vortice di un oggi sempre più confuso e indecifrabile: «Discutere in modo superficiale di mafia e antimafia, come se fossero immutabili, ha rappresentato un comodo riparo per impostori. Discuterne laicamente - senza la pretesa di possedere delle verità ma mettendo in dubbio le troppe certezze di un'antimafia di regime - è un'operazione un po' eretica, ma alla quale non possiamo sottrarci».
Il prima e il dopo. Ci sono i Santapaola, gli Ercolano, ci sono i Mazzei. E i Costanzo e i Graci e i Rendo. E Mario Ciancio con il suo impero che sembrava eterno. E poi Nino Drago, Salvo Andò, Rino Nicolosi. E là in fondo e là in mezzo, voce solitaria, Pippo Fava. La mafia che uccide in una città dove la mafia non esiste, perché è Catania e non è Palermo ma Fava muore a Catania e tutti fanno finta di niente. Poi il tempo scivola via, anno dopo anno, decennio dopo decennio. Le zone commerciali, i terreni, la "febbre da ipermercato" con i nomi che sono sempre gli stessi e i nomi che cambiano, la star della politica che adesso si chiama Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia. E' una forma speciale di potere che si rigenera in un riflesso di specchi.
Non si spara più, la mafia non si manifesta più all'esterno con la violenza delle armi ma stringe relazioni con le imprese e la politica, incrocia il suo fatturato con gli interessi dei colletti bianchi a capo di multinazionali ed enti pubblici, una mafia nascosta che nascosta in realtà non è. Ed è qui, proprio quando entra prepotentemente nella contemporaneità, che il libro di Sebastiano Ardita ha uno scarto che lo rende estremamente prezioso: quando parla della mafia che va oltre il 416 bis.
Consiglio a tutti la lettura - e l'invito a ragionarci sopra - da pagina 75 in poi, quando l'autore segnala la distanza fra "appartenenti" e "concorrenti" e arriva a scrivere che «la mafiosità finisce per diventare una condizione sociale di ceto, al pari di un requisito di nascita o di uno stigma sociale». E' un ragionamento che si spinge oltre quello di Ardita, che ci costringe a superare confini che ci eravamo imposti per quieto vivere, che ci obbliga a non accontentarci sempre e comunque delle verità giudiziarie quando i fatti - tutti i fatti - si sviluppano semplicemente davanti ai nostri occhi.
Sul "concorso esterno" il libro indugia tanto, lo riesamina citando la «pregevole ordinanza» di un giudice di Messina (Salvatore Mastroeni) che capovolge certezze: «Quello che veniva considerato un tempo il concorso esterno - il mondo delle corruzioni, degli appoggi trasversali, delle rivelazioni di segreti strategici; i rapporti politici; la protezione dei latitanti; l'agevolazione negli investimenti - è oggi la vera essenza della mafia». Bisogna studiarlo questo testo di Ardita se vogliamo acquisire un po' di sapere in più sulla mafia siciliana senza farci sopraffare dalla pigrizia (anche giudiziaria) e da una retorica che non porta mai niente di buono. Bisogna analizzarlo parte dopo parte, anche in quelle pagine dove non sono le esitazioni del magistrato ad affiorare ma le inquietudini dell'uomo.
E' un'esplorazione che va avanti e indietro, ricordi di una Catania che ama divertirsi ma che è attraversata «da un male invisibile», affari e ancora affari da un'epoca all'altra dove "finalmente", alla fine, trionfa in tutta l'isola e anche all'esterno il mito della mafia dal volto garbato. Per spiegarcelo Ardita ritorna un'altra volta a Messina dove «la Cosa Nostra in versione ordinaria indossa definitivamente il colletto bianco e rinuncia deliberatamente alla violenza...il sistema è rovesciato...le strutture militari dell'intimidazione danno un 'concorso esterno' alla mafia degli affari e dei colletti bianchi, solo quando questa va in fibrillazione e ha bisogno dell'aiuto esterno di quelli che sparano». La mafia ha già fatto le sue mosse. E lo Stato è sempre lì a rincorrere, a inseguire, qualche volta disorientato perché la mafia la riconosce solo se è spudoratamente "cattiva", grossolana, mafiosa anche nella forma, nel vestito.
Il resto del libro è dedicato all'antimafia, quell'antimafia che da "ghetto" si è trasformata in lobby. La materia è vasta e complicata ma Ardita sa governarla con sapienza. Un attraversamento, in lungo e in largo. Dalla brutta espressione "Mafia dell'antimafia" alla corsa frenetica ai finanziamenti, dalle esperienze virtuose (cita Libera) e alla selva di associazioni e onlus con scopo sociale "la legalità", dalla Commissione parlamentare Antimafia di Rosy Bindi che squarcia il velo sugli scandali alla "dittatura dell'antimafia" voluta da Antonello Montante e da Ivan Lo Bello, la "strepitosa" era della legalità confindustriale. Una giostra, uno scherzo, un incubo.( Sebastiano Ardita, Cosa Nostra S.p.A., Il patto economico tra criminalità organizzata e colletti bianchi - PaperFirst, 201 pagg, euro 16).


 

Saverio Lodato

Antimafia Duemila

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 Cosa Nostra SpA


Ci fu un'epoca in cui la mafia sparava, eppure se ne negava - spasmodicamente - l'esistenza.
Che i delitti fossero anche grappoli di delitti, a centinaia, non lasciava demordere i negazionisti, che la mafia non volevano vederla, definirla, chiamarla con il suo nome. E per farlo, se la cavavano con ciò che potremmo sintetizzare con una battuta presa in prestito dai tempi moderni: un delitto vale uno; le somme aritmetiche non danno un fenomeno criminale, meno che mai un'organizzazione secolare e segreta (in Italia c'è da oltre un secolo e mezzo); non tocca alla magistratura - l'argomento, come si vede, ha radici antichissime - essere contro, reprimere, soffocare. 
Ormai, nelle biblioteche, sulla mafia che sparava e che sparò, si trovano migliaia di titoli. Quei libri, non tutti allo stesso modo, hanno contribuito enormemente a ridurre per sempre al silenzio i negazionisti di allora. Diffondendo, in settori larghi della popolazione, moti istintivi di ripulsa. Ciò non toglie, però, che i negazionisti, cacciati dalla porta, sono rientrati dalla finestra. Dicendoci - e siamo ai giorni nostri - che, non essendoci più quella mafia che sparava, la mafia non c'è più, essendo stata sconfitta da quella magistratura e da quelle forze di polizia alle quali, per decenni, proprio loro negavano la titolarità per poter perseguire lo scopo. 
Ed ecco un libro contro tendenza, un ponderoso J'accuse, che parla apertamente di Stato-Mafia, Mafia-Stato e perenni trattative (leggete qui l'articolata recensione di Giorgio Bongiovanni). 
Ci riferiamo a questo nuovo libro del giudice Sebastiano Ardita - trent'anni di prima linea fra Catania, Messina, Roma; P. M., Direttore dell'Ufficio detenuti, oggi componente del CSM - dal titolo che non intende tranquillizzare nessuno: "Cosa Nostra S.p.A"
Eppure siamo in presenza di un libro che, pur trattando di mafia, la mafia la lascia intravedere in sottofondo. E che va ad iscriversi - e vedremo perché - in un nuovo genere, quello dei libri che ci raccontano come, proprio non sparando, la mafia sia diventata la quintessenza di un potere che da anni blocca, paralizzandola, un'intera città. E' di Catania che stiamo parlando, ed è di Catania che parla Ardita nel suo nuovo libro.
Catania ha goduto, più del necessario, del cono d'ombra delle indagini, mentre i riflettori erano puntati sulla città di Palermo, segnata, quaranta anni fa, dalla spettacolare ferocia corleonese, e, perciò, assai più appetibile per i media. 
Sono pagine nere di una storia che sembra essersi scolorita: l'uccisione del giornalista scrittore Giuseppe Fava; i grandi appalti per le opere pubbliche e i cavalieri catanesi del lavoro, Costanzo, Rendo, Graci e Finocchiaro; i rapporti stretti fra le cosche di Totò Riina e quelle etnee di Nitto Santapaola; la strage della circonvallazione di Palermo, come favore dei "palermitani" ai "catanesi" per assassinare il boss Alfio Ferlito; il sacrificio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa; quello del poliziotto "catanese" Beppe Montana; i Palazzi d'Orleans e dei Normanni, dove tutto si annidava, il malaffare, i pupari e le marionette. E oggi? 
Ardita, che è magistrato eccellenza sul fronte antimafia, riparte da lì. Tira il filo, con folgoranti flash, per arrivare a oggi. E il lettore, sia detto per inciso, in queste pagine troverà anche i tormenti e la passione civile di un uomo, non solo del magistrato. 
Ardita ci spiega, con puntiglio analitico, non solo la mappa delle cosche e dei loro interessi nella città etnea, ma soprattutto il modo in cui quella mafia riuscì a sperimentare un modello vincente: permeare della sua presenza tutte le componenti sociali e politiche che - teoricamente - avrebbero avuto la possibilità - e il dovere - di opporsi allo strapotere mafioso. 
Ricorrono poi nomi assai moderni: Raffaele Lombardo, ex presidente della Regione siciliana, Mario Ciancio Sanfilippo, l'editore proprietario di giornali e televisioni private, con interessi nelle grandi aree commerciali, sino a un enigmatico Calogero Montante, che a qualcuno doveva pur rispondere (o no?). Tutti nomi che si tirano dietro, ancora oggi, processi aperti e in via di definizione. Ma Ardita osserva, descrive, non pronuncia invettive. Il che risulta più che sufficiente. 
Scrive Ardita: "Uno dei motivi per cui la mafia sta diventando invisibile e invincibile sta nel fatto che se ne riconosce solo la sua dimensione giuridica, che corrisponde in gran parte alla sua visione militare. Si combatte solo se è visibile e se ha i requisiti dell'articolo 416 - bis del codice penale. Il modello catanese che prevede un patto tra poteri civili e criminali ha reso ancora più invisibili gli affari di Cosa Nostra. Nessuno ha mai provato a fare un'indagine 'chimica' per capire di cosa è composto l'ambiente naturale in cui opera". 
Ecco. Il libro è il risultato di questa analisi chimica del perché una città, che negli anni '80 si fregiava del pomposo titolo di "Milano del Sud", oggi sia irrimediabilmente sprofondata. 
C'è una cartina di tornasole nel ragionamento del magistrato: la repressione ha ancora una sua qualche efficacia nei confronti delle tradizionali cosche militari. E' assolutamente spuntata, invece, per quanto riguarda i poteri alti, i colletti bianchi, le forze economiche e politiche che potremmo definire para mafiose. Ardita si sofferma a lungo sul reato di concorso esterno, argomentando che non a caso, temutissimo dai colletti bianchi, sia rimasto, giuridicamente parlando, un guscio vuoto. Semplifica: "Senza alleati che contano per Cosa Nostra sarebbe già finita. Dalla latitanza del suo esponente di spicco Matteo Messina Denaro, alla conservazione del suo cospicuo patrimonio. E non è più credibile che chi le garantisce appoggio lo faccia perché teme di essere ammazzato. Perché questa mafia può permettersi sempre meno le azioni di violenza visibili. Più essa si nasconde più crescono i concorrenti esterni, che sono diventati tantissimi. Ma davvero pochi di essi vengono puniti... Il concorso esterno è contrastato oggi in maniera ridotta e insufficiente". E invitiamo, infine, alla lettura dell'illuminante capitolo: "Antimafia da ghetto a lobby".
Dicevamo all'inizio che il libro va a iscriversi in un nuovo genere: quei testi che ribattono, punto per punto, ai negazionisti, di ieri e di oggi.
Ma quale mafia sconfitta, esclama Ardita in queste pagine.


Giancarlo Caselli

Huffington Post

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Cosa Nostra SpA


Si moltiplicano, in questi tempi di Coronavirus, i consigli di lettura. La mia preferenza va al libro, assai bello e interessante, di Sebastiano Ardita: "Cosa nostra S.p.A.", edito da Paper First ( pg. 201 - e. 16). Lo segnalo prima di tutto per il suo valore anche letterario (la scrittura è davvero fluida e sempre avvincente), ma anche per un'indiretta e tuttavia importante riferibilità proprio ai problemi del Coronavirus che oggi ci affliggono.

E' purtroppo sotto gli occhi di tutti che il Coronavirus, oltre ai danni alla qualità della vita e alla sicurezza delle persone, sta causando uno shock economico -finanziario di proporzioni devastanti, col quale le mafie sicuramente cercheranno di interagire. I meccanismi coi quali ciò potrà avvenire ce li spiega bene (fin dal titolo e dalla copertina, che associano Cosa nostra al concetto di "S.p.A." e ai "colletti bianchi") il libro di Ardita, forte della sua esperienza di ottimo magistrato a lungo schierato con vari ruoli sul fronte antimafia e oggi Consigliere del CSM. I mafiosi infatti hanno, nel loro DNA di sciacalli, una speciale attitudine ad ingrassare sulla pelle degli altri.

Le sofferenze altrui sono per loro una vera manna, terreno fertile per consolidare il proprio potere. Ora, a causa dei guasti giganteschi del Coronavirus accadrà che tante attività economiche siano ridotte in ginocchio e debbano poi chiudere o fare una gran fatica a riprendere. Una preda facile per i mafiosi, pronti da sempre a vampirizzare le imprese che si trovino spolpate e senza denaro in cassa. E queste nuove opportunità di investimento aperte alla mafia dal Coronavirus portano con sé il rischio che uno scenario economico già di per sé cupo e avvelenato possa persino tracimare in catastrofe. I meccanismi secondo cui ciò potrebbe inesorabilmente avvenire emergono con chiarezza esemplare dal libro di Ardita.

Esso infatti offre una lucida cornice interpretativa (riferita principalmente al "modello catanese", sul contrasto del quale Ardita si è specializzato, ma facilmente estensibile anche alle altre declinazioni della mafia) di come l'enorme fatturato delle consorterie criminali sia confluito da tempo in una "economia parallela", con guadagni giganteschi e andamento sempre in crescita, che facilmente potrà funzionare come potente base di partenza per risucchiare nel gorgo mafioso commerci, imprese e forze economiche fiaccate dal Coronavirus. Sfruttando la tecnica della "mafia garbata" che "aleggia ai piedi dell'Etna da quarant'anni e forse più" e che poi "si espande anche al Nord e seduce"; creando - con la contingente ed opportunistica rinunzia alle armi - una "pericolosa allarmante normalità", sempre più "immersa dentro le questioni economiche ".

Così da spalancare le porte ad un intreccio di interessi con la politica, l'amministrazione e l'imprenditoria che genera appoggi ed alleanze utili a tutti per un arricchimento sicuro, spregiudicato e rapido (il libro di Ardita è denso al riguardo di significativi esempi, concreti e dettagliati). Questa trasversale, ma utile guida al monitoraggio del futuro prossimo legato all'emergenza Coronavirus, attraverso il racconto rigoroso e documentato delle esperienze passate, non è di certo l'unico pregio del libro. Altri, e sempre di notevole spessore, ve ne sono. Per esempio l'affresco della "vecchia" Catania che Ardita disegna con tratti suggestivi intrisi di una nostalgia dolce, legata...all'anagrafe ma non solo.

E poi l' interessante analisi del "consenso" che Nitto Santapaola ed i mafiosi "catanisi" sapevano creare intorno a sé. O le pennellate forti con cui Ardita tratteggia figure centrali del suo racconto, come "i cavalieri del lavoro di Catania" e Mario Ciancio, imprenditore-editore di grande peso politico ed economico, proprietario di televisioni e di giornali (in particolare "La Sicilia" di Catania), fonte di un'informazione disposta ad avallare "la possibile natura passionale dell'omicidio di Giuseppe Fava" e a "dare eco a quanti dichiaravano che a Catania la Mafia non esiste". Arrivando a rifiutare la pubblicazione di un necrologio della famiglia di Beppe Montana (catanese) in occasione del trigesimo del suo omicidio, "sul presupposto che contenesse la parola mafia".

L'anomalo eccesso di grandi centri commerciali a Catania è ricostruito da Ardita senza trascurare il grave impatto ambientale di queste realizzazioni. Colpiscono le pagine incisive, a tratti accorate, dedicate alla "girandola delle decisioni" sulla sussistenza o meno di responsabilità penale, in particolare quando l'imputazione è di concorso esterno e perciò riguarda "colletti bianchi" della "zona grigia"; nonostante - sottolinea Ardita - il sostanziale, costante riconoscimento di fatti gravi nella loro incontestabile oggettività. Sicché la difformità di esiti, in generale contenuta entro limiti fisiologici, nei processi relativi a collusioni con la mafia appare spesso come un dato patologico.

Una girandola che sembra non aver mai fine, posto che mentre scrivo questa recensione giunge notizia che la Corte d'Appello di Catania ha annullato la confisca dei beni di Mario Ciancio (giornali e televisioni compresi) che il giudice di primo grado aveva invece disposto, vicenda di cui nel libro di Ardita ampiamente si parla. Secondo la Corte, ferma la "contiguità", manca la prova di un contributo del Ciancio all'organizzazione criminale. Ad esempio, la mancata pubblicazione del necrologio di Montana, secondo la Corte, non può essere considerata "contributo fattivo agli interessi di Cosa nostra, ma costituisce al più una manifestazione di contiguità e succubanza". Diventa allora difficile non concordare con Ardita quando scrive (senza riferirsi a casi particolari) che "la diffusione delle complicità è così vasta che più che di concorso esterno varrebbe la pena di parlare di una mafia nascosta e diffusa".

Da segnalare infine (omettendo per ragioni di spazio altre parti del libro ugualmente interessanti) le lucide riflessioni di Ardita su certe degenerazioni dell'Antimafia (non a caso definita anch'essa "S.p.A.") ed in particolare sullo scandaloso e sconcertante "caso Montante". Per concludere con le vibranti parole di Ardita su come dovrebbe essere la vera Antimafia: "impegno per il ritorno alle regole, alla solidarietà, alla civiltà"; "nulla a che fare con il corto circuito dell'invettiva e dell'ambizione personale" ; anziché "urlare condanne moralistiche", occorre " partire dalle responsabilità che ci riguardano in prima persona per aver taciuto o per non aver agito di fronte ad una questione sociale che sta all'origine delle questione criminale".