Magistrati con etica, non magistratura etica

13.10.2019

Magistrati con etica, non magistratura etica

(tratto da 'Il magistrato imparziale', di Ardita-Davigo in Micromega n. 7/2016)

Il rapporto con l'etica rappresenta un punto essenziale della politica associativa. L'assunzione di una prospettiva di laicità del diritto e degli strumenti della sua applicazione trova infatti un suo con- traltare nella necessità di individuare e affermare un'etica nel- l'esercizio della funzione giudiziaria, tanto più necessaria e definita quanto maggiore è la consapevolezza del ruolo del giudice nella società. Tale prospettiva viaggia in linea con l'affermazione dell'impoliticità del giudicare. Si badi: non della semplice apoliticità, rispondente a un criterio agnostico rispetto alla seduzione opera- bile da ideologie e teoriche generali, ma della scelta positiva di non interferire con i processi politico-sociali in atto e soprattutto di non prendere parte pregiudiziale in nessuno dei conflitti sociali in essere. Mentre dunque l'interpretazione rimane un procedi- mento personale, filtrato dalla sensibilità del giurista e dalla sua cultura individuale - secondo l'insegnamento di Gadamer - i parametri di riferimento devono rimanere quelli segnati dalla Costituzione e dai princìpi dell'ordinamento

In questo senso l'etica individuale del magistrato rappresenta un parametro fondamentale di riconoscimento del suo ruolo. Se alla base di tutto sta la consapevolezza della pienezza del suo ruolo, il suo «esserci» come giudice (Dasein), l'etica è al tempo stesso lo strumento e la misura della distanza dal suo «dover essere». Nella consapevolezza che la perfezione, ossia la perfetta corrispondenza col suo obiettivo di produrre giustizia, è resa impossibile dagli strumenti di conoscenza, di misurazione, di adeguamento conno- 4tati dai limiti dell'umana natura, non di meno il tendere al dover essere rimane un imperativo etico insuperabile. Tale impostazione 7costringe il magistrato a rivolgere a sé in primo luogo tale autova- lutazione. Essa è una questione tutta dentro la giurisdizione, che le vicende politico-associative e di autogoverno raramente hanno messo a fuoco con onestà e nei suoi esatti termini. La vera questio- ne morale è purtroppo per larghissima parte «invisibile» nelle sue dinamiche, perché riguarda ogni magistrato, nel rapporto con la sua (auto)coscienza del giudicare.

È questa la ragione per la quale va rifiutato l'uso strumentale ed «estraneo» dell'etica, che non parta innanzitutto dall'analisi di sé, dell'esserci tanto nella dimensione professionale quanto in quella associativa. Il giudizio sommario sulla moralità degli altri rappre- senta un singolare modo di intendere l'etica - concepita come «ap- parenza» e dunque fondata su vizi occulti e pubbliche virtù - e fi- nalizzata non al «migliorarsi» e tendere ciascuno verso la giustizia, ma a criticare gli altri per ottenere credibilità. Nulla a che spartire dunque con l'etica di chi rivolge a se stesso l'imperativo, la quale affonda le sue radici nel bisogno di autocomprensione del ruolo che è chiamato a svolgere.

Ed è per questa ragione che a fronte di scandali veri - che spesso travolgono proprio chi issa il vessillo della pseudo-questione morale - sarebbe più utile meditare piuttosto che speculare. Non perché non se ne rilevi la gravità, ma perché l'etica rappresenta una que- stione troppo rilevante per essere ridotta a professionismo dei doveri altrui. E d'altra parte a cosa varrebbe l'etica, se obbedisse solo all'esteriorità e non fosse funzionale all'essenza del giudicare? Cosa ce ne faremmo di un magistrato inappuntabile nei comportamenti esterni - come è doveroso che egli sia - ma privo della coscienza autonoma del giudicare? Da più parti si invoca un giudice eco- compatibile con il potere, impiegato produttore di sentenze, che giuri obbedienza non alla legge ma all'autorità, alla disciplina di partito o di corrente, al politicamente opportuno. Fino allo stereo- tipo del modello opposto al suo «essere» rappresentato dal giudice marionetta, che rinuncia al suo dover essere (la coscienza del decidere da solo), e a cui - come nella rappresentazione plastica di Von Kleist - nulla viene chiesto se non di obbedire alla propria inanimatezza. E può dunque bearsi - priva d'anima - di rispondere perfettamente al modello etico, corrispondente al suo Stato di natura. Peccato che questa corrispondenza perfetta sia negata all'uomo, unico essere «che ha mangiato il frutto della ragione». Ed è questo il motivo per cui l'etica della comprensione del ruolo, come eserci- zio di coscienza del giudicare, rappresenta il presidio principale a tutela del «giudice solo» e della sua «idea forte» di giustizia. Negare questo «essere» del giudice sarebbe negare il sistema stesso di giu- stizia. Se dunque - costretti dagli eventi o dalle paure, indotti dal quieto vivere e dall'opportunismo - lo negheremo o anche inconsapevolmente vi rinunceremo, allora sarà negata la giustizia