Ricatto allo Stato

12.10.2019

 

Faccia a faccia con il boss

Appartengo alla specie dei giudici-ragazzi del 1991, quella di chi è entrato in magistratura a ridosso delle stragi. idealisti per necessità e convinti che, dopo quell'inferno, sarebbe stata sempre primavera. Una generazione che, al suo debutto, ha vissuto con successo la lotta alla corruzione e alla mafia, spinta dal vento del consenso popolare. Un vento che ci ha fatto equivocare cosa fosse davvero la giustizia, prima di cambiare direzione. o forse ce lo ha fatto comprendere così bene da non volerci rassegnare mai.

Ho cominciato a venticinque anni facendo, come tanti altri, il pubblico ministero in sicilia e raccogliendo da terra decine di morti ammazzati. Conosco anch'io quello strano sentimento misto di paura, orgoglio e rabbia. Ho visto ca- dere, senza sconti, una generazione di potenti nel ciclone di tangentopoli, mentre mi occupavo di corruzione e di appalti gestiti da Cosa nostra nella procura della repubblica di Catania, la mia città. Poi, dopo un periodo alla Commissione parlamentare antimafia come magistrato addetto, sono arri- vato nel dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il daP, in qualità di direttore dell'Ufficio detenuti, con la responsabilità, tra le altre cose, del regime speciale 41 bis, il cosiddetto «carcere duro» previsto per motivi di sicurezza per i detenuti, anche in attesa di giudizio, incarcerati per reati di criminalità organizzata, terrorismo o eversione.

Se dovessi concentrare in un ricordo tutta la mia esperienza al DAP, sceglierei di raccontare l'incontro con bernardo Provenzano. da quando, alle 11.43 dell'11 aprile 2006, le prime agenzie batterono la notizia del suo arresto, dopo quarantatré anni di latitanza, si visse per un po' un'atmosfera surreale. Per lo stato era un successo senza precedenti, anche per la linearità del percorso che aveva condotto alla cattura del capo dei Corleonesi. Per me, un evento nel quale si condensavano tanti ricordi e altrettante emozioni, che riaffiorarono in un attimo. alle prime, legittime manifestazioni di soddisfazione degli investigatori, seguì una vera onda mediatica. iniziava quell'interesse, a metà tra informazione e spettacolo, che accompagnava in modo frenetico quella fase, si prolungava per i primi giorni successivi all'ingresso in cella, per poi scomparire gradualmente poco dopo.

Dovendo sistemare Provenzano in un carcere, ci trovammo all'improvviso con un faro puntato addosso. La curiosità pubblica era tutta rivolta a sapere quale dovesse essere il suo immediato destino dietro le sbarre. Per trovare una collocazione adeguata al suo calibro convocai, immediatamente dopo l'arresto, una riunione con le persone del mio ufficio che si occupano della materia. il gruppo dei collaboratori che assistono nelle scelte il direttore dell'Ufficio detenuti è sempre molto ristretto. si tratta di fidati e competenti esperti di carcere della cui esperienza ho fatto tesoro, cercando, come mi è stato insegnato dai miei predecessori, di combinare quel sapere con il rigore e l'umanità del magistrato.

La proposta unanime del mio staff fu di inserire Provenzano nel reparto che era stato realizzato presso l'istituto penitenziario di terni. Una piccola sezione, completamente separata dal resto della struttura, che ospitava altri detenuti sottoposti al 41 bis. era nato inizialmente per ospitare totò riina, e per questa ragione era stato dotato di una serie importante di presidi di sicurezza, recinzioni aggiuntive e telecamere a circuito chiuso. Ma riina aveva avuto problemi di salute, perciò era stato trasferito presso l'istituto di Milano opera, che è dotato di un centro clinico. La soluzione più logica era quella di collocare Provenzano nel reparto allestito a suo tempo per il capo assoluto di Cosa nostra. Parlai al telefono con i colleghi della procura di Palermo giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, che avevano diretto brillantemente le operazioni per la cattura. Loro si dissero fiduciosi delle mie valutazioni, ma evidentemente non a tutti sembrò scontata quella che invece a me appariva una scelta lineare e obbligata. benché l'assegnazione della sede sia una prerogativa dell'Ufficio detenuti, registravo che in altri uffici del DAP vi erano dubbi circa la bontà di quella decisione. Come se potessero esservi altre sedi più idonee. La cosa mi appariva irragionevole, poiché nessun altro luogo, a mio modo di vedere, avrebbe garantito una gestione così separata dagli altri detenuti come la custodia di Provenzano imponeva. Mantenni dunque la mia determinazione, ma volevo essere più che certo della correttezza di quanto avevo stabilito, perché sentivo su di me un'enorme responsabilità. Perciò volli verificare personalmente quale fosse la reale collocazione del detenuto e andai a terni con il vice direttore del DAP, Emilio di Somma.

All'arrivo trovammo il direttore e il comandante che ci attendevano all'ingresso principale, davanti alla porta carraia. Prima ancora che facessi domande, mi rassicurarono che tutto andava bene. Provenzano era tranquillo, si era sistemato in cella senza problemi e fino a quel momento non aveva scambiato parola con nessuno. Mi aveva colpito solo una circostanza, tra quelle che mi erano state riferite: la notizia che tutti gli altri detenuti, pur essendo lontani dal repartino dove era sistemato Provenzano, da quando avevano appreso del suo arrivo in carcere erano rimasti in assoluto e riverente silenzio. Come se quell'ingresso avesse rappresentato la celebrazione di un rito religiosa.

Ci avviammo all'interno. Ispezionai con attenzione l'intera zona detentiva. La sezione era davvero efficiente sotto il profilo della sicurezza e completamente separata da altri reparti. Vi si accedeva da un corridoio autonomo ed era formata da cinque piccoli ambienti. Uno di questi ospitava una saletta per le videoconferenze, che sarebbe servita a farlo partecipare ai processi senza spostarlo dal carcere. distava dieci passi dalla sua cella, che aveva accanto un piccolo locale per la socialità. di fronte, sull'altro lato, vi erano due celle vuote. avrebbero dovuto ospitare altri due detenuti, perché per regolamento bisogna formare un gruppo di almeno tre. il locale destinato ai colloqui era il più distante di tutti: occorreva compiere trenta passi per raggiungerlo. La sua vita si sarebbe svolta tutta all'interno di quella struttura di trenta passi dedicata interamente a lui. senza muoversi da lì, avrebbe incontrato i suoi affetti, partecipato ai processi, discusso con gli avvocati, fatto sport e passato qualche ora con altri due detenuti, appositamente selezionati, per garantirgli i momenti di socialità previsti dalla legge.

Ci avviammo in fondo al corridoio, verso l'unica stanza abitata, quella occupata dal capo mafia. davanti al cancelletto del piccolo ambiente di detenzione il comandante lo chiamò ad alta voce, al solo scopo di avvisarlo che stava per ricevere una visita. il rumore metallico della chiave che girava nella pesante serratura accompagnò l'apertura del cancello. entrammo in uno spazio non più grande di otto metri quadrati, compreso il servizio.

Il detenuto era seduto, spalle all'ingresso, davanti al banchetto che, insieme al letto e all'armadio metallico, costituiva lo spartano arredamento della sua nuova abitazione. al richiamo del comandante si voltò, poi lentamente, puntando i piedi sul pavimento, spinse la sedia con la schiena, liberò le gambe e si alzò rivolgendo lo sguardo verso di noi. aggrottò le sopracciglia per metterci a fuoco e, dopo che ci ebbe inquadrati, ci venne incontro. C'era in vista, aperto a metà sulla piccola scrivania, un malloppo di carte fotocopiate e rilegate, che al nostro arrivo era evidentemente intento a leggere. era uno dei mandati di cattura che gli erano stati da poco notificati. Mi guardò subito dritto negli occhi, e io mi presentai con nome e cognome, dicendogli la mia funzione. Quante cose avrei voluto dirgli in quel momento... avevo davanti l'uomo che aveva deciso di far saltare in aria Falcone e borsellino e le loro scorte. Uno che aveva sconvolto la vita dei mille giovani magistrati entrati in servizio, come me, nel 1991. Che aveva scatenato la nostra vocazione per l'antimafia. altro che dire, per provocazione, «ammazzateci tutti!» dopo la seconda bomba noi eravamo pronti davvero a essere ammazzati tutti. Ma non certo rassegnati al dominio della mafia. e ora che me lo trovavo davanti, finalmente nelle mani dello stato, mi si era paralizzata la lingua. sentivo che era prevalente il mio nuovo ruolo. non potevo permettermi di avere il sangue agli occhi. avvertivo che dovevo garantire la detenzione secondo le regole della legge. e basta. non dire parole di troppo. Fu in quel momento che presi coscienza di essere diventato un magistrato dell'amministrazione penitenziaria. il mio passato di pubblico ministero rimaneva con me, nel mio cuore e nei miei pensieri, avvolto dal vivo ricordo di un'epoca in cui ci si batteva con tutte le forze contro la mafia. Quando ero ancora un ragazzo, e la mafia faceva veramente paura. Ma in quel momento non ero più un giocatore, ero l'arbitro.

E così, senza nessuna preparazione psicologica, mi trovai a faccia a faccia con Bernardo Provenzano. ero in piedi davanti a lui, tutti e due forse un po' imbarazzati. Mi rivolse alcune domande. Cercai di essere chiaro nelle risposte, usando poche parole. Ci parlammo incrociando le pupille. aveva uno sguardo severo, solo apparentemente bonario. L'espressione di chi ha appena ultimato un lungo impegno. Mi chiese come funzionavano le cose dentro il carcere. gli dissi che era stato applicato il regime 41 bis e che avrebbe potuto vedere i famigliari per un'ora al mese. aveva diritto a un pacco al mese e a due ore all'aria aperta al giorno. Mi chiese infor- mazioni sull'assistenza sanitaria in carcere, «perché, quando si va avanti con l'età, non è più come prima...» Lo rassicurai che in carcere sarebbe stato curato sicuramente meglio che in latitanza. aveva, ben visibile, un gozzo enorme, coperto a stento da un foulard. e poi sapevo dalle cronache che era stato operato alla prostata a Marsiglia, durante la latitanza. Perciò aggiunsi che, se voleva essere curato, ai medici non doveva nascondere nulla, specialmente se era stato sottoposto a interventi chirurgici. evidentemente non amava molto le domande e gli inviti a dire, quale che fosse lo scopo per i quali o per il quale gli venivano rivolti. «Le operazioni, se ci sono, nel corpo si vedono...» mi rispose un po' indispettito e distogliendo platealmente lo sguardo.

Cambiando argomento, si lamentò poi del fatto che gli erano stati sequestrati alcuni oggetti, e anche la bibbia che aveva sempre con sé. e si accorse di aver dimenticato in questura un sacchetto che conteneva atti giuridici e alcuni effetti personali, tra cui un pettine e un paio di occhiali. era come se la sua principale preoccupazione fosse quella di ricreare un ambiente fatto di piccole cose, di abitudini semplici. era difficile credere che un capo mafia latitante da quarant'anni e che aveva retto da solo, per tredici anni, l'intera organizzazione di Cosa nostra, potesse dare tanto peso a queste inezie. Ma erano quelli i particolari che servivano a smitizzarlo, a renderlo simile a tanti altri anziani in cerca solo di un po' di riposo e delle proprie abitudini.

«Ho passato il tempo a leggere», mi disse facendo un cenno verso l'ordinanza che stava aperta sul piccolo tavolo di fronte. «Ho imparato cose che non sapevo, che non potevo nemmeno immaginare...» naturalmente voleva che io ne deducessi che aveva appreso dell'esistenza di Cosa nostra solo leggendo quegli atti. Feci in modo di non raccogliere quell'allusione, che peraltro non mi creava alcuna meraviglia. gli dissi che avrebbe avuto tempo in abbondanza per leggere anche dell'altro. Ma lui aveva voglia solo di leggere la bibbia.

«È il libro migliore in assoluto, non c'è neanche il paragone con gli altri...» affermò con il tono enfatico e coinvolgente di chi avrebbe voluto iniziare il proprio interlocutore a quella sana lettura. Voleva tornare in possesso della sua copia per- sonale del testo sacro, che conservava gelosamente quando viveva nascosto e gli era stata sequestrata dagli investigatori. Poco male. avrebbe potuto leggere senz'altro la bibbia della biblioteca del carcere. Ma lì, purtroppo, mi dissero, tra mille volumi non c'era una bibbia. e allora chiesi che gliela comprassero. Ma gli raccomandai di cominciare a leggere per il momento solo il nuovo testamento e non il Vecchio. Perché nel Vecchio testamento vi è un linguaggio un po' duro e alcuni concetti si possono equivocare. il vecchio padrino si accigliò. «È tutta bella, la bibbia: il Vecchio e il nuovo testamento. e poi l'importante è come si legge!»

«Appunto!» ribattei. «L'importante è come si legge, per questo il Vecchio testamento non è fatto per lei. Legga il Vangelo!» ero proprio diventato un magistrato dell'am- ministrazione penitenziaria. La fiducia nella possibilità del cambiamento delle persone non mi abbandonava neanche di fronte a Provenzano, la cui esistenza era stata il negativo fotografico dell'insegnamento contenuto nella bibbia.

Avevo appena finito di dargli quel suggerimento che, collegato al commento del testo sacro, arrivò anche il se- condo messaggio: «Prego dio che mi faccia sopportare tutto quello che è giusto sopportare...» il tipico modo di dire di chi si affida alla Provvidenza, si direbbe. Ma in quel caso non suonava proprio come un abbandono manzoniano alla volontà di dio. di religioso e di devoto in quella affermazione non c'era niente. anzi, mi parve proprio di sentirci risuonare un avvertimento. L'augurio di riuscire a sopportare quello che era «giusto» non era affatto collegato al riconoscimento delle proprie responsabilità. il presupposto era infatti che aveva appreso di essere accusato di cose che gli erano sconosciute. Per anni la negazione dell'esistenza di Cosa nostra è stata una sorta di riconoscimento a contrario dell'essere mafiosi, quasi come il dichiararsi prigioniero politico per i terroristi. Provenzano voleva dirmi, in sostanza, che la sua sopportazione del carcere sarebbe stata corrispondente alla nostra corretta applicazione delle regole. Che anche se non le condivideva, le nostre regole, sarebbe stato in grado di capire se le stavamo applicando in modo giusto. La frase successiva mi tolse ogni dubbio: «Perché nella vita c'è chi è giusto e chi è meno giusto». Come a volermi dire: anche io ti giudico per le cose che fai. Ma di tutto ciò che volle comunicarmi, io ero assolutamente consapevole.

In effetti quel dialogo all'apparenza surreale aveva una sua logica ed era forse l'unica forma possibile di comunicazione fra due mondi contrapposti, antitetici, che provavano a prendersi reciprocamente le misure. io mi ero imposto di essere preciso e formale, e avevo parlato solo di regole. Lui mi voleva far comprendere che i mafiosi, in quanto a regole, non sono secondi a nessuno, tanto che si riforniscono di precetti direttamente dalla bibbia. Voleva dirmi che le loro regole erano più antiche e più importanti delle nostre e, consideravo fra me e me, sicuramente anche più efficaci quando dovevano essere applicate.

Ma il vecchio padrino non mi lasciò andare senza mandarmi l'ultimo messaggio. Forse non sapeva che me ne sarei tornato a roma il giorno stesso e avrei influito ben poco sulla sua vita quotidiana. Comunque voleva farmi capire che mi aveva identificato. aveva riconosciuto il mio accento siciliano. Mi guardò ancora negli occhi e mi diede il compito per casa, consegnandomi una frase tutta da interpretare: «adesso la mia vita è nelle mani di dio e degli uomini che hanno il potere». «no, guardi», gli risposi d'istinto, facendo vedere che stavolta non mi sarei sforzato di capire a chi e a cosa si riferisse, «per quanto mi riguarda, la sua vita adesso è nelle mani della legge, che tutti noi abbiamo l'obbligo di far rispettare. noi non conosciamo nessuno che abbia un potere che sta al di sopra della legge.»

Lo salutai avviandomi a ripercorrere i passi che mi separavano dall'ingresso, ma il suo sguardo intenso continuavo a sentirmelo addosso anche dopo che ebbi guadagnato l'uscita.